Nel percorso
artistico di Stefano Presutti si possono individuare due componenti essenziali
inerenti alla sua stessa natura e figura d'artista. La prima, connaturata
alla sua indole, è la fedeltà e l'adesione alla realtà. Fedeltà e adesione
che non significano soggezione o imitazione: tutt'altro. Di lui si potrebbe
ciò che G.Courbet amava dire di se stesso: "Dipingo quello che vedo".
La sua vena espressiva, riottosa e recalcitrante verso qualsiasi idealizzazione
o scuola che ingabbi l'arte in canoni e norme, è stimolata da aspetti ed
elementi della realtà umana e naturale. Così che esemplifacando, anche
una modesta e umile agave può posare a diva e troneggiare superbamente
solitaria in una tela (quasi a sfidare la natura circostante come la leopardiana
ginestra)
Di natura esperienziale è invece la seconda componente, costituita dall'intrecciarsi,
nella sua vicenda artistica, di pittura e scultura; fatto che tuttavia
nasce da un impulso, da un'intima necessità di sperimentare le diverse
possibilità di resa espressiva di tecniche e materiali differenti. Ed ecco
che quei nudi femminili che in pittura possiedono sempre una calda dolcezza,
pur se a volte selvaggia e timorosa, tradotti nella terracotta assumono
toni misteriosi, tormentati ed aspri e in qualche caso richiamano alla
memoria una sorta di primitivismo stilistico. Questi i modi, i mezzi e
le forme con cui l'autore interpreta ed esprime la realtà riuscendo ad
attingere quell'universale estetico che travalica il tempo e il luogo e
che costituisce il sigillo distintivo dell'arte.
Carlo D'Onofrio